Sarai libero quando saprai quali erano le tue catene

Vi è una prigione che non ha mura, una cella senza sbarre e una soglia che nessun carceriere sorveglia. Chi vi dimora può camminare per le strade, viaggiare attraverso paesi lontani, cambiare abito, mestiere, compagni e persino nome; e tuttavia porta con sé l’invisibile peso della reclusione.

Questa prigione è costruita con pensieri ereditati, paure coltivate in silenzio, desideri imposti e parole ripetute tanto a lungo da sembrare verità. L’essere umano, spesso, chiama libertà la possibilità di scegliere tra ciò che gli è stato offerto.

Crede di essere libero perché può dire sì o no, andare a destra o a sinistra, acquistare o rifiutare, restare o partire. Ma se tutte le strade sono state tracciate da mani altrui, se ogni desiderio nasce da un comando invisibile, quale libertà rimane?

La vera domanda non è: «Posso scegliere?».

La domanda è: «Chi sceglie attraverso di me?ᄏ. Questa domanda è una chiave. Ma ogni chiave, prima di aprire una porta, deve essere riconosciuta per ciò che è.

Non basta possederla: occorre sapere quale serratura attendere. Così accade con la consapevolezza.

Essa non libera immediatamente; dapprima mostra il luogo della prigionia. E vedere le proprie catene, dopo aver creduto di essere liberi, può essere una delle esperienze più dolorose e più sacre dell’esistenza.

## Le catene che non si vedono

Le catene più resistenti non sono quelle che impediscono il movimento del corpo. Sono quelle che orientano il movimento dell’anima senza farsi riconoscere. Una catena può essere una convinzione ricevuta nell’infanzia: «Non sei abbastanza», «Il mondo è pericoloso», «Devi meritare l’amore», «Il successo appartiene agli altri», «Non contraddire chi comanda». Può essere una consuetudine familiare, una morale assorbita senza discernimento, una tradizione seguita più per timore che per fede. Può essere il bisogno di approvazione, la paura del giudizio, l’ansia di non appartenere. Alcune catene sono forgiate dal dolore. Altre dal piacere. Vi sono legami che imprigionano attraverso la sofferenza e altri che seducono con la promessa della sicurezza. Chi teme di perdere ciò che possiede è prigioniero tanto quanto chi desidera ottenere ciò che gli manca. La mente ama le forme conosciute. Anche quando una forma ci ferisce, essa può apparire rassicurante perché è familiare. L’ignoto, invece, possiede il volto del vuoto. Così molte persone rimangono fedeli alle proprie ferite, non perché le amino, ma perché non conoscono la propria identità al di fuori di esse. L’uomo può diventare fedele persino alla propria prigione. Può difenderla, decorarla, chiamarla casa. Può insegnare ai propri figli a costruire celle simili e poi meravigliarsi che nessuno tenti la fuga.

## L’eredità invisibile

Prima ancora di pronunciare la prima parola, siamo immersi in un campo di influenze.

Nasciamo dentro una famiglia, una lingua, una cultura, una religione, una struttura economica, una memoria collettiva. Ogni ambiente imprime simboli nella nostra coscienza.

Non scegliamo il nome con cui veniamo chiamati, né le storie che ci vengono raccontate. Non scegliamo quali comportamenti saranno premiati e quali puniti. Impariamo presto che esiste un modo corretto di stare al mondo e che allontanarsene può costare amore, protezione o appartenenza.

Il bambino non possiede ancora gli strumenti per distinguere l’amore dalla sottomissione. Se gli viene insegnato che sarà accolto soltanto quando obbedirà, assocerà la rinuncia a sé stesso alla sicurezza. Crescendo, potrà confondere la bontà con l’annullamento, la disciplina con la paura, il rispetto con il silenzio.

Queste impressioni scendono nel profondo e diventano automatismi. Più tardi, l’adulto crede di agire secondo il proprio giudizio, mentre in realtà ripete antiche istruzioni. Ogni volta che sceglie un lavoro per compiacere la famiglia, una relazione per non restare solo, un’opinione per evitare il conflitto, una vita per non deludere qualcuno, una parte di lui torna davanti allo stesso vecchio altare.

Ma non siamo condannati a essere soltanto il risultato delle influenze ricevute. L’eredità non è una sentenza: è un materiale grezzo.

Può diventare prigione oppure materia di trasformazione. Il primo atto magico consiste nel separare ciò che siamo da ciò che abbiamo imparato a essere.

## Il volto dell’obbedienza L’obbedienza non è sempre visibile. In molti casi non somiglia a un ordine pronunciato ad alta voce; assume invece la forma di un pensiero apparentemente spontaneo.

«Non posso.» «Non è il momento.» «Sono fatto così.» «Tutti fanno in questo modo.» «È troppo tardi.» «Che cosa penseranno gli altri?ᄏ

Queste frasi possono essere semplici constatazioni, ma spesso sono formule di contenimento. Pronunciate per anni, delimitano il campo del possibile. L’individuo non ha più bisogno di un sorvegliante esterno: sorveglia sé stesso.

Il potere più raffinato è quello che non deve più imporsi, perché l’oppresso ha imparato a imporsi da solo. Non occorre chiudere la porta quando il prigioniero teme di attraversarla.

Non occorre vietare il volo quando l’uccello ha dimenticato di possedere ali. Anche il conformismo agisce in questo modo. Esso non chiede necessariamente di amare ciò che amano tutti; chiede di non apparire diverso.

L’essere umano teme l’esclusione più della sofferenza. Può sopportare una vita estranea alla propria natura pur di non essere espulso dal cerchio degli altri. Eppure ogni gruppo ha una soglia oltre la quale l’appartenenza diventa sacrificio.

Quando per restare accettati dobbiamo tradire continuamente la nostra percezione, la nostra coscienza e il nostro desiderio più autentico, non siamo più in relazione: siamo in cattività.

## La maschera e il volto

Gli antichi iniziati sapevano che l’uomo vive dietro maschere. Non le consideravano soltanto inganni, ma strumenti necessari alla vita sociale.

Il problema nasce quando la maschera viene scambiata per il volto. Vi è la maschera del forte, indossata da chi non ha mai avuto il permesso di essere fragile.

Vi è quella del buono, portata da chi teme la propria aggressività e la nasconde persino a sé stesso. Vi è la maschera del sapiente, dietro cui può celarsi la paura di non sapere. Vi è quella del ribelle, che talvolta non è altro che un’obbedienza capovolta: chi si oppone a tutto resta comunque definito da ciò a cui si oppone.

Anche l’identità di vittima può trasformarsi in una maschera. Il dolore è reale, ma quando diventa l’unica spiegazione della propria esistenza, finisce per proteggere dalla responsabilità. Se tutto dipende dalle ferite ricevute, non resta alcun potere da esercitare nel presente.

La libertà non consiste nel distruggere tutte le maschere in un gesto teatrale. Consiste nel sapere quando le indossiamo, perché le indossiamo e se possiamo deporle. Un essere libero non è privo di ruoli; è colui che non si identifica completamente con nessuno di essi.

## Il desiderio: voce dell’anima o eco del mondo? Molti credono che la libertà significhi poter soddisfare ogni desiderio.

Ma non ogni desiderio nasce dalla profondità dell’essere. Alcuni desideri sono semi; altri sono echi. L’eco ripete ciò che ha udito.

Desideriamo oggetti perché ci è stato insegnato che ci renderanno desiderabili. Inseguiamo posizioni perché ci è stato detto che conferiscono valore. Cerchiamo corpi, esperienze e riconoscimenti non per ciò che sono, ma per l’immagine di noi che promettono di costruire.

Il mondo moderno ha affinato l’arte di entrare nei desideri prima ancora che diventino coscienti.

Attraverso immagini, slogan e modelli di successo, suggerisce continuamente che cosa ci manca e quale acquisto, risultato o conquista dovrebbe colmare quella mancanza.

Chi non esamina i propri desideri può trascorrere l’intera vita al servizio di un appetito fabbricato da altri. …


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