Ebrei massoni:

Una grande risorsa per l’Istituzione

Parlare del rapporto tra ebraismo e massoneria significa attraversare una trama antica, fatta di simboli, memorie, persecuzioni, aspirazioni civili e ricerca interiore. È un tema che richiede rispetto, equilibrio e consapevolezza: l’ebraismo non è una realtà monolitica, la massoneria non è una religione e non esiste un’identità unica dell’“ebreo massone”.

Esistono, piuttosto, uomini e donne che, appartenendo alla tradizione ebraica e alla Libera Muratoria, hanno trovato in entrambe un linguaggio capace di parlare alla coscienza, alla responsabilità e alla costruzione del bene comune.

L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere una storia pressoché ininterrotta di presenza ebraica.

Le radici di questa presenza affondano nell’antichità romana: la comunità ebraica di Roma precede di molti secoli la formazione del Papato e la costruzione delle sue principali chiese.

Nel 70 d.C., secondo le fonti storiche, vivevano a Roma decine di migliaia di ebrei, in una città che allora contava circa ottocentomila abitanti.

Antichissime sono anche le comunità di Siracusa e di Venosa, nell’area dell’attuale Basilicata.

Questa continuità non è soltanto demografica. Gli ebrei hanno contribuito profondamente alla cultura, alla medicina, alla scienza, alla politica e alla vita economica della penisola. La loro presenza ha attraversato epoche e ordinamenti diversi, talvolta in condizioni di libertà e prosperità, più spesso dentro il limite imposto dalla discriminazione.

Tuttavia, anche nei periodi più difficili, la tradizione dello studio, del lavoro, della cura della comunità e della trasmissione della memoria ha rappresentato una forza straordinaria.

Tra le figure più significative ricordiamo Shabattai Donnolo, medico e farmacologo pugliese del X secolo, una delle personalità più originali della cultura scientifica medievale.

Con la sua opera egli testimoniò come la conoscenza medica e naturalistica potesse svilupparsi nell’incontro tra tradizioni diverse: quella greca, quella araba, quella ebraica e quella latina.

Ricordiamo inoltre Beniamino da Tudela, viaggiatore e osservatore del XII secolo, che descrisse con attenzione le comunità ebraiche italiane e mediterranee, offrendo una preziosa testimonianza della loro vitalità.

Nei secoli successivi, numerosi studiosi, medici, giuristi, imprenditori e professionisti ebrei operarono nelle università e nelle istituzioni italiane.

La loro storia è parte integrante della storia nazionale, anche quando i manuali l’hanno relegata ai margini. L’Italia, infatti, non può essere compresa pienamente senza riconoscere il contributo delle sue comunità ebraiche: un contributo espresso non soltanto da nomi illustri, ma anche dall’opera quotidiana di famiglie, artigiani, commercianti, insegnanti, rabbini e cittadini.

Dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, la persecuzione si estese anche al Mezzogiorno e alla Sicilia, territori allora sottoposti alla Corona spagnola. Le comunità furono costrette a spostarsi, a convertirsi o a disperdersi. La maggioranza degli ebrei italiani si concentrò progressivamente a Roma e nelle regioni vicine.

Tra i luoghi più significativi va ricordata Pitigliano, nella Maremma toscana, passata alla memoria come “la piccola Gerusalemme”, luogo di convivenza, lavoro e accoglienza.

A partire dal Cinquecento iniziò l’epoca dei ghetti. La parola stessa, oggi, porta con sé il peso di una separazione imposta: uno spazio delimitato, spesso chiuso durante la notte, nel quale le comunità erano costrette a vivere. Eppure, anche entro quei confini, fiorirono scuole, sinagoghe, biblioteche, attività economiche e forme di solidarietà.

La vita del ghetto, pur essendo una condizione di segregazione, non fu mai una realtà priva di dignità o di creatività. L’identità ebraica seppe mantenersi viva attraverso la parola, il rito, la famiglia e lo studio.

Nel corso dei secoli, la popolazione ebraica italiana diminuì progressivamente, fino a raggiungere le dimensioni attuali, inferiori alle quarantamila persone. Il numero, tuttavia, non misura la profondità di una presenza. Una comunità può essere numericamente piccola e, al tempo stesso, avere inciso in modo determinante sulla cultura e sulla coscienza di un Paese.

Con l’età moderna, molti ebrei italiani si distinsero per il loro impegno civile e politico. La loro partecipazione al Risorgimento e alla costruzione dello Stato unitario fu significativa.

Il patriottismo ebraico italiano non nacque da un abbandono delle proprie radici, ma dalla possibilità di riconoscersi in un progetto politico fondato sulla cittadinanza, sui diritti e sull’uguaglianza davanti alla legge.

È stato osservato che il nome “Italia” sarebbe stato interpretato, in una lettura simbolica attribuita a Benjamin Richler, come “I tal yah”, cioè “isola della rugiada del Signore”.

Al di là della validità filologica di tale interpretazione, l’immagine è suggestiva: la rugiada come promessa di vita, di rinnovamento e di benedizione. Essa può evocare anche l’idea di una terra nella quale diverse tradizioni, dopo secoli di sofferenza, potessero incontrarsi e contribuire a un destino comune.

Numerosi furono gli ebrei massoni che parteciparono ai movimenti per l’unità d’Italia.

A Torino ricordiamo la famiglia Todros; a Modena, Angelo Usiglio e suo fratello Enrico, che collaborarono con Ciro Menotti. In più luoghi, le comunità ebraiche sostennero economicamente e moralmente le iniziative risorgimentali.

A Livorno, nel 1809, un consistente gruppo di massoni, in maggioranza ebrei, diede vita a un Grande Oriente dal quale sarebbe derivata anche una sezione dei Carbonari.

Questi episodi non devono essere utilizzati per costruire un’immagine mitizzata o esclusiva dell’ebraismo italiano. Devono piuttosto essere compresi nel contesto della storia civile del Paese, come esempi di partecipazione alla lotta contro l’assolutismo e per l’affermazione di principi di libertà. La presenza ebraica nella massoneria fu una delle forme attraverso le quali alcuni cittadini cercarono di contribuire alla trasformazione della società.

Tra ebraismo e massoneria sono state individuate numerose affinità simboliche. È necessario, però, distinguere tra influenze storiche documentate, analogie interpretative e letture esoteriche elaborate nel tempo. La Libera Muratoria non è una derivazione dell’ebraismo e l’ebraismo non può essere ridotto a una sorgente simbolica della massoneria.

Esistono tuttavia elementi che, nell’immaginario massonico, richiamano la tradizione biblica e la cultura ebraica.

Il primo riferimento è il Tempio di Salomone, paradigma universale di costruzione, ordine e perfezionamento. Le due colonne poste all’ingresso del Tempio massonico, denominate Jachin e Boaz, rimandano alla narrazione biblica e alla tradizione templare. Non sono semplici elementi decorativi: rappresentano una soglia, il passaggio dal mondo profano a uno spazio dedicato alla ricerca, alla disciplina e alla trasformazione interiore.

La simbologia dei numeri costituisce un altro terreno di confronto. L’ebraismo, attraverso la tradizione rabbinica e cabbalistica, ha sviluppato una riflessione profonda sul valore delle lettere, dei numeri e delle loro corrispondenze.

La ghematria, pur appartenendo a un preciso sistema interpretativo, ha alimentato nei secoli l’idea che il linguaggio possa contenere livelli molteplici di significato. Anche la massoneria attribuisce ai numeri un ruolo simbolico, legandoli alla geometria, ai gradi dell’edificio interiore e alle proporzioni dell’ordine cosmico.

Occorre però evitare ogni semplificazione della Cabala. La Cabala è una vasta e complessa tradizione mistica ebraica, radicata nella Torah, nel Talmud e nella storia spirituale dell’ebraismo. Non è un repertorio di formule esoteriche da utilizzare indistintamente. Il suo rapporto con la massoneria è stato spesso oggetto di interpretazioni successive, talvolta suggestive, ma non sempre storicamente verificabili. Il rispetto per la tradizione impone di non confondere il simbolismo massonico con la pratica religiosa ebraica.

Un’altra analogia riguarda l’importanza attribuita alla parola.


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