Tra riconoscimento, tradizione e libertà iniziatica

La “regolarità massonica” è una delle espressioni più ricorrenti, discusse e, al tempo stesso, equivoche del lessico latomistico contemporaneo.
Per il massone essa può rappresentare una questione identitaria, un criterio di appartenenza, talora perfino una garanzia di legittimità iniziatica; per il profano, invece, appare spesso come un rebus, dietro il quale si celano genealogie, rivalità, pretese di primato e complessi rapporti diplomatici fra Obbedienze.
La difficoltà nasce dal fatto che non esiste una regolarità universalmente accettata, intesa quale norma oggettiva, antica e indiscutibile.
Esistono, piuttosto, differenti concezioni della regolarità, ciascuna fondata su una particolare interpretazione della tradizione massonica, della sua origine, dei suoi simboli e della sua funzione nel mondo.
Dietro il vocabolo apparentemente neutro di “regolare” non si nasconde soltanto il rispetto di una procedura o di un rituale: si manifesta una visione dell’uomo, del sacro, della libertà e del rapporto fra l’iniziazione e la storia.

In termini essenziali, la regolarità massonica contemporanea si sviluppa lungo due grandi filoni.
Il primo è quello anglosassone, riferito principalmente alla Gran Loggia Unita d’Inghilterra, la United Grand Lodge of England, comunemente indicata con l’acronimo GLUI.
Il secondo è quello liberale, adogmatico o continentale, che riconduce la propria ispirazione alla vocazione originaria di universalità, tolleranza e libertà di coscienza espressa nelle Costituzioni di James Anderson del 1723.
La contrapposizione fra questi due indirizzi non deve essere letta soltanto in chiave amministrativa.
Essa riflette due concezioni differenti dell’Arte Reale: da una parte una Massoneria che tende a custodire l’ortodossia di determinate forme religiose, rituali e sociali; dall’altra una Massoneria che interpreta l’iniziazione come cammino di ricerca, libero da dogmi confessionali e aperto alla pluralità delle coscienze.
La pretesa di maternità della Gran Loggia Unita d’Inghilterra

La GLUI viene spesso indicata come la “Madre della Massoneria mondiale”.
Tale definizione, benché diffusa e suggestiva, merita di essere esaminata criticamente.
La Gran Loggia Unita d’Inghilterra nacque infatti nel 1813, mediante l’unione fra la Grand Lodge of England, fondata nel 1717 e denominata in seguito dei “Moderns”, e la Ancient Grand Lodge of England, costituitasi nel 1751 e conosciuta come quella degli “Antients”.
La sua nascita fu dunque il risultato di una riconciliazione, non il punto originario dal quale sarebbe scaturita tutta la Massoneria universale.
Prima del 1813 esistevano già importanti realtà massoniche nelle isole britanniche e sul continente europeo.
La Gran Loggia d’Irlanda, per esempio, risale al 1725; la Gran Loggia di Scozia al 1736.
In Francia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Italia e nelle Americhe, la diffusione della Massoneria aveva già assunto forme autonome, influenzate dai differenti contesti culturali, religiosi e politici.
L’idea di una maternità inglese universale è quindi più un prodotto della forza storica, imperiale e diplomatica dell’Inghilterra che una realtà genealogica incontestabile.
Per lungo tempo l’espansione britannica ha contribuito a conferire alla Massoneria anglosassone un peso internazionale straordinario.
Laddove si estendeva l’influenza commerciale, militare o culturale dell’Impero britannico, giungevano anche logge, rituali, usi, simboli e modelli organizzativi inglesi.
Ciò non toglie valore alla tradizione britannica, né al ruolo essenziale svolto dalle logge inglesi nella codificazione della Massoneria speculativa moderna.
Tuttavia, un conto è riconoscere una funzione storica di primaria importanza; altro conto è attribuire a un’unica Obbedienza il monopolio della legittimità iniziatica.
L’iniziazione, per sua natura, non può essere ridotta a una patente amministrativa. Se essa è realmente trasmissione simbolica, risveglio interiore e lavoro di perfezionamento dell’essere, allora la sua autenticità non dipende esclusivamente dal riconoscimento concesso da un’autorità esterna.
Dipende altresì dalla continuità rituale, dalla serietà del lavoro in Loggia, dalla qualità morale dei Fratelli e delle Sorelle, dalla fedeltà allo spirito di fraternità e dalla capacità di trasformare il simbolo in esperienza viva.
I Principi Basilari del 1929

Nel 1929 la Gran Loggia Unita d’Inghilterra formulò gli otto “Principi Basilari” per il riconoscimento delle Grandi Logge.
Tali principi divennero il punto di riferimento della cosiddetta regolarità anglosassone.
Essi non furono semplicemente una dichiarazione spirituale: furono, soprattutto, uno strumento per delimitare un campo di relazioni, distinguendo le Obbedienze riconosciute da quelle considerate “irregolari”.
I criteri principali possono essere riassunti nei seguenti punti:
- la regolarità di origine, vale a dire l’erezione legittima da parte di una Gran Loggia riconosciuta;
- la fede nel Grande Architetto dell’Universo;
- la presenza, in Loggia, del Libro della Legge Sacra;
- il giuramento prestato su tale Libro;
- l’esclusione delle donne dall’iniziazione;
- il divieto di discussioni politiche e religiose nelle Logge;
- l’esercizio di una sovranità territoriale esclusiva;
- l’indipendenza da qualunque potere profano, religioso o politico;
- l’assenza di relazioni massoniche con Obbedienze giudicate irregolari.
In apparenza, si tratta di criteri volti a garantire stabilità, ordine e continuità.
E, certamente, alcuni di essi possono essere compresi nel quadro del desiderio di preservare la Loggia da conflitti confessionali, partigiani o ideologici.
Tuttavia, l’applicazione concreta di questi principi ha mostrato nel tempo un carattere fortemente selettivo e, non di rado, politico.
Il problema centrale consiste nella trasformazione di orientamenti storici e culturali in dogmi universali.
La fede nel Grande Architetto dell’Universo, per esempio, può essere interpretata in modo simbolico, metafisico, deista, panteista o teista.
Nella prassi anglosassone, invece, essa viene generalmente intesa come fede in un Dio personale, creatore e rivelato, collocando la Massoneria in una cornice essenzialmente giudaico-cristiana.
Questa lettura restringe il campo dell’universalità iniziatica.
Il Grande Architetto, nella sua più profonda valenza simbolica, può essere la sorgente ineffabile dell’ordine cosmico, il Principio primo, l’Unità che precede ogni manifestazione, la Luce da cui procedono tutte le forme.
Ridurlo a una definizione confessionale significa, per molti massoni liberali, limitare il simbolo proprio là dove esso dovrebbe restare aperto, fecondo e capace di parlare a ogni coscienza.
Anderson e la vocazione universale della Massoneria
Le Costituzioni di James Anderson del 1723 costituiscono uno dei documenti fondamentali della Massoneria speculativa moderna.
In esse si ritrova un’impostazione che, pur risentendo inevitabilmente del proprio tempo, conserva un respiro universalistico di grande rilievo.
Anderson affermava che il massone non doveva essere “né uno stupido ateo né un libertino irreligioso”, ma precisava altresì che, pur appartenendo a differenti confessioni, gli uomini potevano unirsi attorno a una religione comune, nella quale tutti potessero concordare: essere uomini buoni e sinceri, uomini d’onore e di probità, qualunque fosse il nome o la convinzione che li distinguesse.
Questa formula, spesso oggetto di interpretazioni contrastanti, custodisce un’intuizione decisiva: la Loggia non dovrebbe essere il luogo dell’uniformità, bensì quello della concordia fra differenze.
Essa non richiede l’abolizione delle convinzioni personali; richiede piuttosto che tali convinzioni non diventino motivo di odio, discriminazione o dominio.
La tradizione liberale ha sviluppato proprio questa dimensione.
In essa la Massoneria viene intesa come spazio di libertà di coscienza, di confronto fraterno e di ricerca.
Il massone non è obbligato a professare una fede determinata; può essere credente, deista, agnostico, spiritualista o razionalista, purché riconosca il valore della dignità umana, della legge morale e dell’impegno verso il perfezionamento individuale e collettivo.
Ai tradizionali valori di libertà, tolleranza, universalità, amore fraterno e legalità, la modernità rivoluzionaria e democratica aggiunse con forza il principio di uguaglianza.
Non l’uguaglianza intesa come cancellazione delle differenze, ma come riconoscimento dell’identica dignità di ogni essere umano.
Nel Tempio, idealmente, le distinzioni di nascita, ricchezza, titolo, razza, sesso e appartenenza confessionale dovrebbero cadere, affinché ciascuno possa incontrare l’altro sul piano della coscienza.
Questa è una delle ragioni per cui la Massoneria liberale ha accolto, nel tempo, Obbedienze miste e femminili.
Se la Loggia è veramente il luogo in cui si lavora alla costruzione dell’Uomo universale, appare difficile giustificare l’esclusione della metà dell’umanità da tale opera.
La questione femminile e le contraddizioni della regolarità
L’esclusione delle donne rappresenta uno dei punti più controversi del sistema di regolarità anglosassone.
Per la GLUI e per molte Grandi Logge che seguono la sua linea, una Loggia regolare deve essere composta esclusivamente da uomini.
Le Obbedienze femminili e miste, anche quando praticano rituali rigorosi, quando possiedono una storia secolare e quando svolgono un serio lavoro iniziatico, vengono considerate irregolari.
Tale posizione, tuttavia, appare sempre più difficile da sostenere nel mondo contemporaneo.
La trasformazione delle società, il riconoscimento dei diritti delle donne e la crescente consapevolezza dell’uguaglianza spirituale fra i sessi hanno reso anacronistica una separazione fondata su criteri biologici o sociali.
Un elemento particolarmente significativo è stato il mutamento di atteggiamento della GLUI nei confronti delle persone transgender.
La scelta di non escludere automaticamente coloro che, iniziati come uomini, abbiano intrapreso una transizione di genere, oppure di considerare con maggiore apertura le situazioni di identità di genere, ha fatto emergere una contraddizione profonda.

Se l’appartenenza massonica è definita unicamente dal sesso biologico, ogni evoluzione dell’identità personale pone problemi insormontabili.
Se, invece, viene riconosciuta la complessità della persona, allora l’esclusione aprioristica delle donne perde parte della propria pretesa coerenza.
Per alcuni osservatori, questa evoluzione potrebbe costituire il preludio a un futuro ripensamento dell’ammissione femminile. Non è possibile prevedere quando, né se, ciò avverrà. Ma appare evidente che il principio dell’esclusione non possiede più l’intangibilità che gli veniva attribuita in passato.
Dal punto di vista esoterico, la questione può essere posta in termini ancora più radicali. L’iniziazione riguarda l’essere umano nella sua totalità, non una categoria sociale.
Il simbolismo massonico stesso è attraversato dalla polarità del maschile e del femminile: la colonna e il cerchio, il Sole e la Luna, la forza e la bellezza, la squadra e il compasso, la terra che riceve il seme e il fuoco che lo trasmuta.
Escludere il femminile dalla via iniziatica significa ignorare che ogni autentica opera di costruzione richiede la riconciliazione delle polarità nell’unità superiore.

Territorialità e riconoscimento: una geografia variabile
Un altro pilastro della regolarità anglosassone è quello della giurisdizione territoriale esclusiva.
Secondo questo principio, in ciascun Paese dovrebbe esistere una sola Gran Loggia regolare, sovrana e riconosciuta.
Tale modello presenta una certa coerenza formale: esso immagina il territorio massonico come uno spazio ordinato, nel quale un’unica autorità rappresenta l’Obbedienza legittima.
La realtà, tuttavia, ha spesso smentito la rigidità del principio.
Negli Stati Uniti, per esempio, convivono da lungo tempo le Grandi Logge tradizionalmente composte da bianchi e le Grandi Logge Prince Hall, storicamente nate dall’esperienza dei massoni afroamericani esclusi dalle strutture dominanti.

Oggi molte Grandi Logge statunitensi riconoscono le rispettive controparti Prince Hall, dando luogo a una pluralità di riconoscimenti sullo stesso territorio.
Situazioni analoghe si riscontrano in Grecia, in Libano, a Singapore e in altre aree del mondo, dove più Obbedienze possono essere riconosciute da Grandi Logge considerate regolari.
Ciò dimostra come il principio territoriale sia applicato con elasticità quando circostanze storiche, geopolitiche o diplomatiche lo rendano opportuno.
La regolarità, dunque, non opera come un teorema immutabile.
Assomiglia piuttosto a una mappa di relazioni.
Essere “regolari” significa spesso essere riconosciuti da una rete di Obbedienze che condividono determinate scelte; essere “irregolari” significa trovarsi al di fuori di quella rete.
Non necessariamente al di fuori della tradizione, della dignità o della serietà iniziatica.

È importante comprendere questa distinzione: il riconoscimento non è identico alla regolarità intrinseca.
Una Loggia può essere riconosciuta e tuttavia vivere una Massoneria formalista, svuotata di tensione interiore; può non essere riconosciuta e, nondimeno, custodire con rigore il rituale, il silenzio, lo studio e la fraternità. Il sigillo amministrativo non sostituisce il lavoro sulla Pietra Grezza.
Indipendenza e subordinazioni invisibili
Anche il principio dell’indipendenza da qualsiasi autorità esterna presenta aspetti problematici.
In teoria, una Gran Loggia regolare deve essere sovrana, autonoma e non subordinata a poteri politici, religiosi o rituali estranei alla propria giurisdizione.
Eppure, in alcuni Paesi nordici, il modello massonico appare legato a strutture confessionali e gerarchiche difficilmente conciliabili con tale definizione.
Nella Gran Loggia di Svezia, per esempio, l’appartenenza alla Chiesa nazionale svedese è stata tradizionalmente richiesta per l’ammissione.
Inoltre, il sistema rituale svedese, praticato anche in Norvegia e Danimarca con diverse articolazioni, è caratterizzato da un forte sviluppo degli Alti Gradi e da una struttura nella quale l’elemento cristiano riveste un ruolo dominante.
Non si tratta di negare il valore spirituale di tali sistemi, né la profondità che essi possono offrire ai loro membri.
Ma occorre interrogarsi sul significato di indipendenza quando l’accesso all’iniziazione è condizionato dall’appartenenza a una confessione religiosa specifica, o quando la direzione dell’Ordine risulta strettamente collegata a organismi superiori di carattere rituale.
Le contraddizioni diventano ancora più evidenti se si considera che Obbedienze liberali, pur senza dipendere da Chiese o governi, vengono spesso escluse dal riconoscimento anglosassone soltanto per il loro carattere adogmatico, misto o femminile.
Si potrebbe allora domandare se il criterio determinante sia realmente l’indipendenza, oppure l’adesione a un determinato modello culturale e religioso.
Il declino numerico e il rigoglio delle Massonerie liberali
La crisi del modello anglosassone si manifesta anche sul piano numerico.
Secondo dati riferiti al 2016, il totale degli aderenti a circa settanta Obbedienze riconducibili alla sfera della Massoneria regolare anglosassone ammontava a poco meno di un milione e settecentomila membri.
Una cifra ancora rilevante, senza dubbio, ma assai distante dalla forza sociale e numerica che la Massoneria anglofona possedeva in altre epoche.
Il calo delle adesioni non può essere attribuito a una sola causa.
Esso dipende dalla secolarizzazione, dalla trasformazione delle forme associative, dalla crisi delle appartenenze tradizionali, dall’invecchiamento degli iscritti e dalla crescente difficoltà di parlare alle nuove generazioni.
Tuttavia, non si può ignorare che una Massoneria percepita come eccessivamente conservatrice, maschile, confessionale e ripiegata su criteri di esclusione rischia di apparire distante dalle domande spirituali e civili del presente.
Nelle Massonerie liberali e adogmatiche, al contrario, si osserva una vivacità diffusa.

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