Il Ricordo e. la preghiera

#  Oltre ogni assenza Avvicinandoci alla commemorazione dei defunti, il tempo sembra assumere una diversa densità. Le giornate proseguono nel loro corso, le attività si susseguono, le voci si intrecciano, ma dentro di noi si apre uno spazio più silenzioso, quasi una soglia, attraverso la quale il pensiero si volge verso coloro che hanno condiviso con noi un tratto dell’esistenza e che oggi non possiamo più abbracciare. È il tempo del ricordo, ma anche dell’ascolto interiore. Un tempo in cui la memoria non è soltanto il richiamo di ciò che è stato, bensì una forma sottile di presenza. Nel raccoglimento, nell’intimità della preghiera, nel simbolo e nel silenzio, avvertiamo che l’assenza non è necessariamente vuoto. Vi sono persone che continuano ad abitare il nostro cuore, a parlare attraverso ciò che ci hanno insegnato, a vivere nei gesti che compiamo, nelle parole che scegliamo, nei valori ai quali rimaniamo fedeli. Il primo pensiero va al mio caro papà. Ci sono affetti che il tempo non allontana e assenze con le quali impariamo a convivere senza mai smettere di sentirle. La perdita modifica la forma dell’amore, ma non ne cancella la sostanza. Ciò che non possiamo più toccare con le mani ritorna talvolta attraverso una voce ricordata, un’espressione del volto, un gesto familiare, una consuetudine rimasta impressa nella nostra vita. Nel cuore restano il desiderio di poter dire ancora una volta: «Papà». Una parola semplice, eppure capace di contenere una storia intera: protezione e radici, autorevolezza e tenerezza, gratitudine e nostalgia. In quella parola vive il riconoscimento di un legame che non appartiene soltanto al passato, ma continua a orientare il cammino. Ogni padre lascia un segno nel destino di chi ha accompagnato. Talvolta quel segno è evidente; talvolta si manifesta in modo più discreto, nelle scelte quotidiane, nella forza con cui affrontiamo le difficoltà, nella capacità di mantenere una promessa, nella rettitudine con la quale ci presentiamo davanti alla vita. Anche quando la presenza fisica viene meno, il suo insegnamento può divenire una luce custodita nell’interiorità. Ricordare mio padre significa dunque rivolgere lo sguardo a una sorgente. Significa riconoscere quanto di lui continua a scorrere dentro di me e comprendere che nessun amore autentico si disperde. Come una parola pronunciata nel silenzio di un tempio, esso oltrepassa le mura visibili e raggiunge dimensioni più profonde, dove ciò che è stato continua a operare. Con affetto e profonda gratitudine ricordo anche il nostro fondatore, Sergio Rendine. La sua memoria è inseparabile dal valore dell’esempio e dagli ideali che ci ha lasciato. Un fondatore non consegna soltanto un’opera, un nome o una struttura: trasmette una visione, una direzione, una responsabilità. Nel gesto originario con cui dà vita a un cammino comune è già contenuta una consegna per coloro che verranno: custodire quanto ricevuto, proteggerne l’essenza e, nello stesso tempo, renderlo capace di parlare al presente. Onorarne la memoria non significa limitarsi a evocare il passato con parole solenni. Significa sentirci responsabili di ciò che ci è stato affidato. Ogni eredità spirituale, culturale o fraterna vive soltanto se viene alimentata da comportamenti coerenti. Gli ideali non rimangono vivi perché vengono celebrati, ma perché diventano scelte, disciplina, attenzione, servizio e testimonianza. Il ricordo di Sergio Rendine ci invita quindi a interrogarci. Che cosa stiamo facendo di ciò che abbiamo ricevuto? Quale parte di quella visione custodiamo realmente? In quale misura sappiamo trasformare la memoria in presenza, il riconoscimento in impegno, la gratitudine in responsabilità? La risposta non risiede in formule astratte. È nelle azioni con le quali ogni giorno scegliamo di preservare un patrimonio comune. È nel modo in cui accogliamo chi si avvicina, nel rispetto con cui ascoltiamo, nella fermezza con cui difendiamo ciò che riteniamo giusto, nella fraternità con cui sosteniamo chi attraversa un momento di difficoltà. Il fondatore continua a vivere nel lavoro di coloro che ne raccolgono il testimone. La sua opera trova compimento non nella conservazione immobile di una forma, ma nella capacità di mantenere accesa la fiamma originaria, affinché possa illuminare anche le generazioni future. Il mio abbraccio raggiunge tutti i parenti e gli amici passati a miglior vita. Di ciascuno conservo qualcosa: una parola, un sorriso, un momento vissuto insieme, una presenza capace di rendere più lieve una giornata o più profondo un passaggio dell’esistenza. La memoria non conserva tutto allo stesso modo. Seleziona immagini, trattiene dettagli apparentemente minimi, custodisce ciò che ha lasciato una vibrazione nell’anima. A volte è un’inflessione della voce. A volte il modo di stringere una mano, di attendere, di ridere. A volte una frase ascoltata anni prima e compresa pienamente soltanto in seguito. Il ricordo opera lentamente, come un seme posto sotto la terra: rimane invisibile per un tempo, poi ritorna alla coscienza quando siamo pronti ad accoglierne il significato. Per questo provo un’infinita riconoscenza. Non soltanto per ciò che queste persone hanno fatto, ma per ciò che sono state. Ogni incontro autentico modifica, anche impercettibilmente, il nostro essere. Lascia una traccia nel modo in cui guardiamo il mondo e gli altri. Persino le separazioni, quando vengono attraversate con consapevolezza, possono divenire luoghi di maturazione e di comprensione. Il dolore della perdita non deve essere negato. Esso appartiene all’amore e ne rivela la profondità. Tuttavia, con il passare del tempo, il dolore può trasformarsi. Non scompare del tutto, ma viene attraversato da una luce diversa. La nostalgia può diventare gratitudine; il pianto può accompagnare una preghiera; l’assenza può insegnarci a riconoscere il valore della presenza, finché essa ci è concessa. Un pensiero fraterno e commosso va a tutti i Fratelli passati all’Oriente Eterno. Il loro posto tra le colonne rimane nella nostra memoria, così come rimane il legame che ci ha uniti. Vi sono assenze che non interrompono la fraternità, perché l’unione fondata su valori profondi non dipende soltanto dalla vicinanza fisica. Essa appartiene a un ordine più sottile, nel quale il tempo non cancella, ma trasforma. Quando un Fratello passa all’Oriente Eterno, il suo posto può apparire vuoto agli occhi, ma non lo è per il cuore. Le colonne custodiscono l’eco della sua presenza. Il silenzio conserva il ricordo dei suoi passi, delle sue parole, dei suoi gesti. La comunità, anche nel raccoglimento, continua a riconoscersi parte di una storia condivisa. Come i chicchi della melagrana, stretti gli uni agli altri, ci sentiamo ancora parte di una stessa unione fraterna, oltre il tempo e la separazione. La melagrana è un’immagine potente. Molti chicchi, distinti e irripetibili, sono raccolti dentro un’unica forma. Ciascuno possiede la propria identità, ma nessuno è veramente separato dagli altri. La loro unità non cancella la diversità: la compone. Così anche la fraternità non consiste nell’essere uguali, bensì nel riconoscersi partecipi di una medesima origine e di un medesimo vincolo. Ogni Fratello è un chicco di quella melagrana simbolica. La sua vita, la sua ricerca, le sue prove e le sue conquiste hanno contribuito alla ricchezza dell’insieme. Quando uno di noi viene meno alla vista, l’intera comunità avverte una perdita; tuttavia il legame non si spezza, perché ciò che è stato condiviso continua a nutrire coloro che rimangono. L’Oriente Eterno può essere contemplato, secondo la sensibilità di ciascuno, come una dimensione di luce, un ritorno all’origine, il compimento di un viaggio o il passaggio verso un mistero che supera la comprensione ordinaria. Non è necessario pretendere di possedere risposte definitive. Vi sono verità che chiedono rispetto prima ancora che spiegazione. Di fronte alla morte, la parola più autentica è spesso quella che sa farsi umile. La preghiera nasce proprio da questa umiltà. È il gesto con cui riconosciamo di non essere padroni del mistero, ma di poterlo


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