Il tempio Interiore

# ## Perché costruire un uomo può essere più difficile che costruire un tempio

**Carissimi Fratelli,**

quando l’uomo contempla un tempio, non vede soltanto pietre disposte secondo una misura, colonne innalzate verso il cielo, porte, soglie e ornamenti.

Egli percepisce, anche se non sempre ne è consapevole, un ordine più profondo: una volontà che ha cercato di tradurre l’invisibile nel visibile, l’armonia nell’architettura, il mistero nella forma.

Ogni tempio autentico nasce da un’idea.

Prima ancora che la prima pietra venga estratta, prima che il martello colpisca lo scalpello, il tempio esiste nella mente di chi lo concepisce.

È un’immagine, un’intenzione, una proporzione segreta.

Poi l’idea diventa progetto, il progetto diventa opera, e l’opera diventa testimonianza. Ma se costruire un tempio esteriore richiede conoscenza, strumenti, disciplina, pazienza e collaborazione, costruire il tempio interiore dell’uomo richiede qualcosa di ancora più difficile: la capacità di rivolgere gli strumenti della costruzione verso se stessi.

La pietra può essere misurata. La colonna può essere raddrizzata.

Il muro può essere abbattuto e ricostruito.

Ma come misurare l’orgoglio?

Come riconoscere una passione che ci domina? Come rettificare un pensiero deformato dall’egoismo? Come demolire una convinzione che abbiamo difeso per anni soltanto perché ci appartiene?

Ecco perché costruire un uomo può essere più difficile che costruire un tempio. L’opera esterna obbedisce alle leggi della materia.

L’opera interiore deve confrontarsi con la libertà, con l’inconsapevolezza, con la memoria, con le ferite, con le abitudini e con le molte maschere che l’uomo indossa davanti agli altri e, soprattutto, davanti a se stesso.

Un edificio non resiste al muratore.

L’uomo, invece, spesso resiste alla propria trasformazione.

## La prima pietra: il riconoscimento di sé Ogni costruzione ha una prima pietra.

Nel lavoro interiore, essa è il riconoscimento sincero della nostra condizione.

Non possiamo edificare ciò che rifiutiamo di vedere.

L’uomo che crede di essere già compiuto non può migliorare, perché ha chiuso la porta alla possibilità della trasformazione.

Colui che si ritiene sempre nel giusto non può ricevere una lezione, poiché ha reso sterile ogni parola che provenga dall’esterno.

Chi considera i propri difetti come colpe altrui non ha ancora iniziato il viaggio verso la conoscenza di sé.

Il primo atto dell’iniziato non è proclamare la propria luce, ma riconoscere la propria oscurità.

Non si tratta di umiliarsi in modo sterile, né di coltivare un senso di colpa permanente. L’umiltà autentica non è disprezzo di sé: è esatta percezione di sé.

È la capacità di comprendere che ciò che sappiamo è limitato, che la nostra visione è parziale, che le nostre intenzioni non sempre coincidono con i nostri effetti e che il bene che crediamo di compiere può essere contaminato da vanità, desiderio di riconoscimento o bisogno di dominio.

L’onestà verso se stessi è la fondazione del tempio interiore.

Una fondazione debole può sostenere per un certo tempo una costruzione imponente, ma prima o poi le crepe appariranno.

Allo stesso modo, un uomo può presentarsi come saggio, equilibrato e virtuoso, ma se fonda la propria immagine sulla menzogna interiore, il suo edificio crollerà quando sarà sottoposto alla prova.

Il tempio interno non si costruisce con ciò che desideriamo apparire, ma con ciò che siamo disposti ad ammettere.

## La pietra grezza e il lavoro del silenzio

Quando osserviamo una pietra grezza, possiamo intravedere in essa una forma possibile, ma non ancora realizzata.

La pietra contiene una promessa, non una perfezione.

Essa richiede il lavoro dello scalpello, la pazienza della lima, l’attenzione dell’occhio e la fermezza della mano.

Anche l’uomo è una pietra grezza.

In lui vi sono virtù ancora dormienti, qualità non esercitate, possibilità non riconosciute.

Ma vi sono anche asperità, angoli, eccessi e resistenze.

Il lavoro non consiste nel distruggere la pietra, bensì nel liberare la forma che vi è nascosta.

Il colpo dello scalpello rappresenta spesso un’esperienza dolorosa: una critica ricevuta, una sconfitta, una perdita, un errore, una delusione.

In quei momenti l’uomo può reagire in due modi.

Può irrigidirsi e difendere ogni spigolo, oppure può interrogarsi e domandarsi quale parte di sé abbia bisogno di essere trasformata. Non ogni dolore rende migliori.

Alcuni dolori inaspriscono; altri aprono.

La differenza sta nel modo in cui li accogliamo.

Il lavoro interiore è, in gran parte, un lavoro di silenzio. Non il silenzio vuoto dell’assenza di parole, ma quello pieno dell’ascolto.

Nel silenzio possiamo osservare ciò che normalmente copriamo con il rumore: l’irritazione improvvisa, il desiderio di primeggiare, il bisogno di essere approvati, la paura di essere contraddetti, l’invidia mascherata da giudizio, la collera che si presenta come fermezza.

Senza silenzio, l’uomo rimane estraneo a se stesso.

E chi non conosce il proprio interno rischia di costruire all’esterno un’immagine destinata a compensare ciò che non ha il coraggio di affrontare dentro di sé.

## Lo scalpello della coscienza

Ogni costruttore ha bisogno di strumenti.

Nel tempio dell’anima, lo scalpello è la coscienza vigile. La coscienza non è soltanto la voce che ci accusa dopo un errore.

È anche la facoltà che ci permette di distinguere la forma dalla deformità, la verità dall’autoinganno, la libertà dal capriccio, la fermezza dall’arroganza. Tuttavia, la coscienza deve essere educata.

Una coscienza non coltivata può diventare indulgente con i nostri difetti e severa con quelli degli altri.

Può giustificare le nostre mancanze e condannare senza pietà le mancanze altrui.

Può trasformarsi in uno specchio deformante nel quale appariamo sempre innocenti e gli altri sempre colpevoli.

Per questo il lavoro dello scalpello deve essere costante.

Ogni giorno dovremmo domandarci: *Ho parlato per edificare o per ferire?*

*Ho ascoltato davvero oppure attendevo soltanto il momento di rispondere?*

*Ho difeso un principio oppure il mio orgoglio?*

*Ho riconosciuto il merito di un Fratello o ho cercato di diminuirlo?*

*Ho chiesto perdono quando era necessario?*

*Ho perdonato sinceramente oppure ho conservato il rancore come uno strumento di potere?*

Queste domande non sono semplici esercizi morali.

Sono colpi precisi sulla pietra grezza.

Ogni risposta sincera rimuove una parte dell’informe.

Ogni autoinganno, al contrario, aggiunge materiale inutile alla costruzione.

## La squadra e la rettitudine La squadra richiama la rettitudine, la giustizia, l’ordine dei rapporti umani. Essa ci insegna che la nostra condotta deve essere verificata non soltanto secondo ciò che desideriamo, ma secondo ciò che è giusto.

È facile essere corretti quando non abbiamo nulla da perdere.

È più difficile esserlo quando la verità minaccia il nostro interesse, quando l’ammissione di un errore può diminuire la nostra reputazione, quando il riconoscimento del merito altrui ci pone in secondo piano.

La squadra interiore ci chiede di esaminare i nostri comportamenti nelle situazioni concrete, là dove i principi vengono messi alla prova.

Possiamo parlare di giustizia, ma siamo giusti nel giudicare chi non ci somiglia?

Possiamo parlare di fratellanza, ma sappiamo essere leali anche quando un Fratello non può offrirci alcun vantaggio?

Possiamo parlare di tolleranza, ma sappiamo convivere con chi interpreta il mondo in modo diverso dal nostro?

La rettitudine non consiste nel non cadere mai.

Consiste nel non chiamare “virtù” la nostra caduta.

Talvolta siamo tentati di costruire una morale adatta alle nostre convenienze. Definiamo fermezza la nostra durezza, prudenza la nostra paura, sincerità la nostra aggressività, autonomia il nostro rifiuto di ascoltare, dignità la nostra incapacità di chiedere scusa


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